“La chiusura della Terme Luigiane è un ulteriore schiaffo e pugno allo stomaco per l’intera Calabria. Un grande paradosso considerato che le acque termali di Guardia Piemontese e Acquappesa sono uniche nel suo genere, le seconde per il maggior contenuto di zolfo in Europa, un patrimonio che dovrebbero essere protagonista dell’offerta sanitaria, salutistica e anche turistica della nostra regione”, è quanto scrive in una nota Orlandino Greco, segretario federale di L’Italia del Meridione. Che aggiunge: “Un paradosso soprattutto istituzionale che non ammette trattazioni di sorta soprattutto in un situazione particolare come quella che stiamo vivendo ormai da due anni. Un settore quello turistico ricettivo tra i più colpiti dalla pandemia che deve sperare in una stagione estiva almeno dignitosa, si trova in questo a caso a dover fare anche i conti con questioni protratte nel tempo e ancora irrisolte e che oggi mostrano la gravità e l’assurdità. Una querelle che assume i tratti di una storia tragico-comica pirandelliana, dove si sono persi di vista ruoli e priorità in una governance quanto meno intelligente dei territori e della cosa pubblica”. E ancora: “Interventi, proroghe, contenziosi, procedimenti da attuare, concessioni e bandi che seguono iter tortuosi se non addirittura illegittimi, vertenze rinviate di continuo, un quadro al quanto desolante, come lo sono ora le Terme e l’area interessata completamente abbandonata, con quella grande beffa che vede confluire e quindi disperdere le acque sulfuree nel fiume”. Più volte nella scorsa legislatura regionale – afferma l’ex consigliere regionale – ho sostenuto azioni di salvaguardia e recupero a favore delle Terme Luigiane, mozioni, interrogazione e una proposta di Legge per la valorizzazione e lo sviluppo termale della regione Calabria e come  segretario federale di Italia del Meridione continuo a sostenerne il valore e la necessità di attuare progetti integrati strategici in direzione di un’offerta di qualità che possa rendere l’area competitiva con altre mete turistiche del Paese, alle quali nulla abbiamo da invidiare per bellezza dei paesaggi e varietà culturale. Alla luce di ciò è inconcepibile in questo momento non anteporre qualsivoglia questione, non risolvibile da un punto di vista tecnico-burocratico nell’immediato, in difesa e tutela di questo patrimonio e dell’occupazione che essa genera. Una storia che ha varcato i confini regionali e che offre nuovamente un’immagine distorta e incomprensibile della Calabria, in barba anche a chi rimane e vuole investire. È urgente una messa a sistema di azioni specifiche che partano nell’immediato come riconoscimento del bene comune e dell’importanza di far riaprire quanto prima le strutture del Parco”. 

E all’impegno assunto dalla stesso presidente f.f. Spirlì fa riferimento nella parte conclusiva del suo intervento: “il quale si è posto come intermediario tra le parti, assurgendo nella fi un ruolo da mediatore in virtù dell’interesse pubblico primario dello sfruttamento del bene stesso che non sempre è stato accettato, rinviando di continuo la documentazione e gli atti richiesti per procedere alla definizione quanto meno temporanea della questione. Incolmabili distanze che trovano ragion d’essere soltanto in prese di posizione incomprensibili e non compatibili con la gestione della cosa pubblica. Superare l’impasse istituzionale e accelerare i tempi per dirimere le controversie che impediscono lo sviluppo naturale dell’area è una delle priorità della politica ma soprattutto del buon senso a cui sono chiamati tutti compresa l’opinione pubblica che deve saper discernere tra interessi e pubblica utilità, a maggior ragione quando il bene è di proprietà regionale e che i concessionari sono tenuti al rispetto di un utilizzo chiaro, trasparente nelle modalità delle attività di sfruttamento”.

Nella chiusa l’invito è rivolto alle parti coinvolte ma con un chiaro riferimento alle amministrazioni comunali in qualità di detentori della cosa pubblica: “Nel continuo rimpallo delle azioni tra rivendicazioni e prese di posizione legittime o presunti tali c’è però una linea di demarcazione che deve essere tenuta in considerazione e cioè che chi detiene lo scranno più alto del civico consesso deve saper deporre l’ascia e pratica quell’arte del buon governo che è la mediazione in virtù del bene comune. E lo stato delle cose al momento richiederebbe soltanto una cosa: l’apertura immediata del complesso termale nella piena erogazione dei servizi, altrimenti l’unico risultato ottenuto è quello di offrire al mondo l’immagine di un patrimonio chiuso, depotenziato, sperperato”.