16 LUG, CASTROLIBERO – Preoccupa e non poco la notizia riportata sulla stampa secondo la quale il professore di Economia applicata dell’Università di Bari, Gianfranco Viesti, avrebbe svelato l’ulteriore beffa nella ripartizione dei fondi nascosta nel Piano Nazionale Rilancio e Resilienza: al Sud spetterebbero, secondo tale tesi, addirittura solo 22 e non 82 miliardi. Che tradotto significa solo il 10% dell’insufficiente 40% di risorse già previste per il Mezzogiorno del Paese, dato che secondo i criteri stabiliti dall’Europa, cioè popolazione, reddito e tasso di disoccupazione, al Sud sarebbe dovuto spettare circa il 60% dei 209 miliardi del Recovery Plan. A ciò andrebbe aggiunta l’assenza di un indirizzo politico verso la perequazione delle dotazioni infrastrutturali e della disponibilità dei servizi nelle diverse aree del territorio nazionale. Preoccupazione alimentata anche dalle dichiarazioni che pervengono dal dicastero per il Mezzogiorno, visto che da un lato si difende la bontà del PNRR ma dall’altro viene confermato che il computo della ripartizione dei fondi è frutto della somma con i “vecchi” soldi già stanziati.

Dalla spesa storica alla perequazione infrastrutturale, l’Italia necessita di recuperare il gap tra le due parti dello stivale, per rilanciare una dimensione nazionale di mercato e per tornare ad essere competitivi nel mondo. È questa la via maestra che l’Italia del Meridione invoca da anni, ormai. Una sfida da vincere per il futuro della Calabria, del Sud, ma anche del Paese e che passi da un’equa redistribuzione delle risorse europee e da un’effettiva capacità di spesa che solo amministratori virtuosi potranno gestire e compiere, affinché la nostra non rimanga, per l’ennesima volta, terra di cantieri ed opere incompiute. Ed è questa la chiave di volta e su cui abbiamo posto come Movimento politico l’attenzione. Se si concentra soltanto sui fondi spettanti al sud, si perde di vista la funzione reale e l’azione che un piano di rilancio vero richiede. Se negli anni passati oltre ai fondi anche le opere da realizzare venivano calate dall’alto senza tener conto delle peculiarità e delle reali esigenze dei territori, oggi, con una classe dirigente sempre meno competente e poco visionaria, mancano del tutto programmazione e progettazione di opere utili, necessarie e cantierabili. Non è più soltanto un problema di risorse ma di realizzazione di opere straordinarie e non di pubblico interesse. Attuare interventi con azioni specifiche, mirate sono la premessa indispensabile per lo sviluppo. È urgente che la politica, dai comuni alla Regione, si munisca di organismi tecnico-operativi che si assumano il compito di predisporre programmi, progettare misure d’interventi e quindi l’esecuzione delle opere così come il piano prevede. Bisogna gestire e abbattere del tutto quella tendenza dispersiva e poco concreta che sovrasta una governance intelligente dei territori.

Dunque, ciò che occorre è recuperare una visione complessiva di sviluppo, senza lasciare indietro nessuno e rispettando i parametri fissati dalla stessa Unione Europea nel rilancio economico di chi non solo ha subito i colpi inflitti della pandemia ma di chi prima ancora, dai ritardi strutturali passando per la crisi finanziaria del 2008, stava già messo peggio. Il Premier Draghi, sulle macerie della politica e dei partiti, ha saputo restituire dignità e credibilità internazionale al nostro Paese. Ma per fare ciò bisogna avere il coraggio di uscire non soltanto dalla condizione di subalternità di un Meridione dimenticato e depredato ma è necessario dare slancio alla pubblica amministrazione a cui spetta quel ruolo fondamentale di coordinamento delle iniziative, atte ad imprimere azioni di rilievo con la realizzazione di opere misurabili in funzione delle necessità di crescita e sviluppo di un’intera regione. Si è parlato più volte di un piano Marshall per la ripartenza del sud ma basterebbe recuperare i principi e il valore iniziale che si diede alla Cassa del Mezzogiorno e poi al CIPE per capire cosa abbiamo perso. Manca quella politica del fare che si traduce in un vero e proprio vulnus della capacità d’investimento e quindi realizzazione. Favorire uno sviluppo integrato tra i diversi settori produttivi, attraverso relazioni pubblico/privato, innescando processi virtuosi che hanno come base progettazioni a lungo medio termine con ambiti sempre più sostenibili e tecnologici.

Resilienza non vuol dire resistenza ma capacità di riorganizzazione, è sperimentazione e quindi nuova visione e miglioramento che deve partire dalla volontà di trasformare un evento negativo in un’opportunità di crescita e miglioramento. Per fare ciò c’è bisogno di nuove competenze e comporta una ristrutturazione di un sistema di gestione sempre più fallimentare, da parte di una classe dirigente che non ha saputo cogliere opportunità e occasioni. Non disperdiamo anche questa, dimostriamo di essere pronti ad imporci in quel quadro generale di rinascita dell’intero Paese Italia.

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Orlandino Greco

Segretario Federale  Italia del Meridione