Il rumore della solitudine

«Si è soli anche fra gli uomini» disse il serpente (A. de Saint-Exupéry)

“Io sono con te tutti i giorni”

02 OTT, CASSANO IONIO – Questo il tema scelto da Papa Francesco in occasione della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, celebrata, per la prima volta, lo scorso 25 luglio e ripreso da Caritas Italiana per il Dossier numero 70 di Ottobre 2021, contenente dati e testimonianze sulle esigenze-urgenze che interessano questa corposa fetta di popolazione che, anche a causa del covid, sta vivendo un’altra pandemia, più silenziosa, ma ugualmente violenta: quella di una solitudine troppo rumorosa.

L’ossimoro è ripreso dal titolo di un libro dello scrittore ceco Bohumil Hrabal e mi è sembrato –scrive Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano All’Jonio, per la festa dei nonni -, che rispetto alla realtà fotografata da Caritas Italiana, fosse calzante utilizzarlo per affrontare e sezionare quella che non è più una problematica sociale ma che è diventata una costola del compendio per l’essere un buon cristiano, in una comunità di buoni cristiani. Non a caso il sottotitolo del rapporto Caritas riporta, dopo il versetto di Matteo, la dicitura: “Le comunità cristiane accanto agli anziani”. Bisogna leggere queste analisi a partire da dati sufficientemente malinconici: il covid ha fatto emergere un aspetto spaventoso della “questione anziani” e cioè come la solitudine sia diventata un fatto “cronico” nella vita di diversi milioni di persone. L’Italia, si legge, è entrata nel novero dei paesi più longevi al mondo con la popolazione ultra sessantacinquenne che è aumentata di 1,4 milioni di unità nel decennio 2010-2019. Un buon biglietto da visita per il Bel Paese non fosse che a questo aumento della popolazione anziana si accompagna una intermittente incapacità di far fronte alle ADL (Activities of Daily Living- attività quotidiane fondamentali), alla non garanzia di condizioni di salute dignitose e, per come emerso dalla pandemia, al fantasma concreto della solitudine, con un divario sempre più ampio tra nord e sud. In un quadro così complesso, ad eventi di comorbilità si associano problematiche di tipo socio-relazionali, educative e psicologiche. Affrontare dunque un processo di cambiamento, significherà non dover rinunciare alla integrazione tra la dimensione sanitaria (già fortemente depressa) e la dimensione sociale ed entrambe dovranno poggiarsi sulle necessità e sulle esigenze, seguendo tutto il processo di invecchiamento (“dalla culla alla tomba”- modello Beveridge). Evidente è che esiste una correlazione consueta tra le condizioni di non autosufficienza e l’età. Al 2020 i dati del Ministero della Salute (Consiglio Superiore di Sanità – Invecchiamento della popolazione e sostenibilità del SSN) evidenziano, per come anche riportato del Dossier Caritas, la diretta proporzionalità sussistente tra l’aumento dell’età e la condizione di non autosufficienza, in cui rientrano anche persone con disabilità grave. Questi numeri lasciano scaturire un ventaglio di interpretazioni possibili che hanno, tuttavia, una matrice comune: il complessivo disagio che corolla queste realtà è fortemente acuito dalla solitudine. La pandemia da Covi-19 ha fatto conoscere delle realtà che a molti erano estranee, quella delle RSA(residenza sanitaria assistenziale), per es., che si occupano di Long Terme Care (LTC) ovvero cure a lungo termine, che prestano attività per quelle persone con una significativa e, spesso irreversibile, perdita delle capacità funzionali. Sullo sfondo, difficoltà familiari e difficoltà legate alla impossibilità di rivolgersi a cure domiciliari perché improduttive o perché inesistenti. Non è un caso che proprio un evento pandemico ci abbia palesato le faglie di un sistema sanitario che ha dovuto scegliere tra la vita dei più giovani e quella dei più vecchi, spostando clamorosamente l’ago della bilancia a favore dei più giovani e quasi dimenticando l’importanza di coloro che hanno fatto e sono la nostra storia. Papa Francesco scrive, con grande ragione, che non è sufficiente solo una assistenza materiale, serve restituire ai nostri nonni, ai nostri anziani, la valenza del loro essere radici e slancio dei sogni. Non basta solo finanziare le nuove tecnologie (per carità importanti ed essenziali) bisogna ripartire dall’umano, dalle risorse umane, soprattutto ora che, a seguito di un intenso lavoro di advocacy si son poste le basi per stuzzicare l’interesse governativo sul realizzare la riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti; un nuovo welfare sulla non autosufficienza: un welfare che non privilegi nessuno ed abbia cura di tutti, un welfare community che non accentui la disparità territoriale ma provveda ad una dotazione omogenea di risorse (economiche ed umane). Un nuovo modo di ripensare la società sarà possibile – evidenzia il presule -,  quando non saremo come Caino accanito contro suo fratello, ma come Gesù che per amore dell’altro è morto sulla croce. Servirà creare reti di giustizia e di vigilanza, accantonare l’omissione e l’omissione del silenzio, con la costruzione di reti tra associazioni religiose, laicali, famiglie e strutture socio-sanitarie. Servirà comprendere che la teleassistenza può essere solo un supporto, ma occorrerà riconoscere che nulla vi è di più insostituibile del calore umano, soprattutto per chi, al tramonto della sua vita, avverte sempre più il senso della dimenticanza. Servirà, ancora, una assistenza responsabile, una più ampia formazione sulle modalità di erogazione della stessa, altrimenti tutti i buoni propositi dell’Agenda ONU 2030, passeranno alla storia come un grande inganno, il sogno irrealizzato di una generazione che non è riuscita ad accettare la vecchiaia come momento necessario dell’esistenza ma solo come la cifra improduttiva dello scorrere del tempo.

In occasione della festa dei nonni scrivevo loro, e riscrivo oggi, di perdonarci per la nostra incapacità a sorreggere la loro croce, per non essere stati pietosi, come lo è stato Enea nel sorreggere il diletto padre Anchise. Tutta questa consapevolezza e responsabilità la sento profondamente mia. Non siamo, forse, riusciti a trasmettere ai giovani il “fascino della anzianità” che non è un capo canuto, un corpo assente o due occhi stanchi, è lo specchio della nostra verità, la radice della nostra esistenza, la benedizione del nostro futuro. A tutto questo l’intelligenza artificiale non potrà rispondere perché l’insostenibile umano farà, paradossalmente, sempre un passo avanti: nessun computer, nessun robot, sarà in grado di prevedere l’imprevedibile cioè la ruota panoramica delle emozioni! Si può provare a lasciare un robot a leggere una favola ad un bambino ma mai quest’ultimo sarà in grado di far fronte alla complessa e variabile modalità di reazione perché solo l’essere umano sa gestire l’imponderabile. Allora dovremmo imparare tutti da Hant’a –ha concluso-, protagonista del libro “Una solitudine troppo rumorosa” che raccoglieva libri scartati e pronti al macero per farne una libreria personale, una fonte di arricchimento e di sapere, qualcosa che, contro le sue stesse aspettative, lo avrebbe reso un uomo migliore. Come Hant’a prendiamo a cuore quelli che la modernità sta relegando allo scarto, le pietre angolari, i dimenticati che non dimenticano e rendiamo visibili i loro bisogni, le loro fragilità; da queste poniamo le fondamenta del mondo che vogliamo davvero abitare.