RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Trova il mio personale apprezzamento la lodevole iniziativa da parte dell’Amministrazione comunale di Corigliano Rossano di acquisireedifici storici, con l’obiettivo di recuperarli e valorizzarli.

Di edifici storici disseminati sul nostro amato territorio ce ne sono tanti e molto spesso la loro esistenza è sconosciuta ai più. La vicenda di cui voglio raccontare ha inizio al mio ritorno a Rossano, dopo una lunga assenza per motivi di lavoro, e al desiderio di riappropriarmi del territorio in cui sono nato.

Fra le varie scoperte quella che mi ha maggiormente impressionato è stata la veduta di due torri, di stile medievale, che circondano un palazzo-castello o “fortilizio” circondato da un lato dalle belle arcate di un acquedotto che si trova in contrada Valimonti a Rossano.

Un posto da favola che però non sono riuscito a visitare da vicino. In mio soccorso è giunto il prof. Mario Massoni, a cui mi sono rivolto per avere informazioni sull’edificio e che mi ha regalato delle splendide foto del complesso storico.

La ricerca è continuata e mi ha permesso di scoprire un articolo sul Magazine on line Fame di Sud – Luoghi e Storie del Sud, del7 febbraio 2015, di Enzo Garofalo:  

Un’affascinante masseria abbandonata.

In contrada Valimonti, uno degli antichi casali di Rossano.

Lungo il percorso un complesso masserizio di chiara impronta sei-settecentesca ha attirato la nostra attenzione. Circondato da uno sterminato terreno coltivato ad agrumi, si è imposto al nostro sguardo per la sua condizione di estremo abbandono stridente con l’aria elegantemente aristocratica di quello che un tempo fu certamente uno straordinario microcosmo sociale e produttivo, come ha poi confermato la nostra visita. Abbiamo infatti deciso di fermarci a dare un’occhiata, pronti a fornire spiegazioni ad eventuali custodi sorpresi della nostra presenza. I cancelli spalancati e il silenzio a tratti inquietante suggerivano l’idea di un luogo deserto. Percorso un primo viale d’ingresso tra folti cespugli di edera centenaria protesa su muri che dividono il viale dall’agrumeto, ci siamo ritrovati all’ingresso di un’ampia corte introdotta da due pilastri sormontati da lampade a sfera su gambo di ghisa lavorata, d’un bel colore verde, delle quali rimangono pochi brandelli di vetro, e dalle belle arcate di un acquedotto che doveva convogliare nella masseria l’acqua di qualche sorgente. Sulla corte si affacciano numerosi ambienti di lavoro – quasi intatto il frantoio per le olive – e qualche residenza per gli operai sui cui balconi incombono piante pioniere di fico selvatico, impressionanti nella loro capacità di crescere in totale penuria di terra. Tutt’intorno tracce di dismessi impianti elettrici a vista risalenti a non oltre gli anni ’50, e l’insegna, sorprendentemente intatta, di un posto telefonico pubblico. Un altro tratto di viale e ci siamo ritrovati davanti all’elegante cancello d’ingresso che separa il viale stesso dalla imponente facciata del palazzo padronale preceduta da un’altissima e vetusta palma e fiancheggiata da due bassi torrioni merlati, in una curiosa commistione architettonica di stili fra barocco e neomedievale.

Il portone in legno del palazzo era aperto e la curiosità di visitare il cortile interno è stata più forte di noi, mentre l’ipotesi di un giro negli appartamenti non ci ha neppure sfiorato dati i rischi connessi a strutture in gran parte fatiscenti. Nel cortile interno un’antica vasca in pietra e il suo piedistallo, entrambi rovinati al suolo e appartenenti all’ampia fontana ovale posta al centro dello spazio, riassumono simbolicamente lo stato dell’immobile, del resto non talmente cadente da sembrare irrecuperabile. Infatti, l’impressione che si ha di questo affascinante complesso è tale da non poter fare a meno di immaginarlo rimesso a nuovo e pieno di vita, quella vita che per il momento persiste solo nel giardino inselvatichito, nell’agrumeto con gli alberi carichi di frutti in via di maturazione e nel canto degli uccelli che popolano alberi e cespugli. Una moderna carcassa di un triciclo per bambini e le moderne piastrelle da cucina su un muro intravisto attraverso una finestra spalancata, suggeriscono un qualche recente tentativo di recupero, ma solo una parentesi senza alcun seguito.

Desiderosi di sapere qualcosa di più su questo sorprendente luogo, abbiamo condotto una piccola ricerca che ci ha permesso di scoprire trattarsi di un grande complesso rurale con caratteristiche da fortilizio, tipiche degli antichi casali e delle masserie dell’area che circonda la piana di Sibari, con corpi di fabbrica disposti lungo il perimetro di una corte centrale, realizzati in muratura portante. Allo stato attuale è formato tre nuclei distinti: un ex opificio, fabbricato a corte chiusa di circa 2000 mq utilizzato fino agli anni ‘50 come frantoio oleario; l’ex palazzo padronale, anch’esso a corte chiusa con muro di cinta e due torri di guardia, e le ex case coloniche sui fianchi della casa padronale utilizzate come residenze per il personale che lavorava nell’azienda, per un totale di circa 6000 mq su una proprietà terriera di 50000 mq. Al momento di questa nostra visita il tutto risultava in vendita e ci siamo augurati che finisse nelle mani di qualcuno capace realmente di rispettarne e valorizzarne i connotati originari, cioè quelli di una realtà aristocratico-rurale che ha contrassegnato un significativo periodo della storia locale.”

La mia richiesta da semplice cittadino di questa comunità è che il “fortilizio” di Valimonti non vada perduto ma diventi un bene del comune di Corigliano Rossano.

Euristeo Ceraolo