Il Festival è impegnato nella volontà di mantenere il forte legame (affettivo, culturale, ecc.)  tra “partiti” e “rimasti”, di condividerne le storie, i progetti e i luoghi. E i luoghi del Festival non possono che essere quelli delle aree interne, dei paesi sempre più fantasma, dei borghi sempre più deserti, sempre più “ridotti all’osso”. Lo sono fin dalle sue origini, inscritti nelle sue riflessioni e nella storia del paese in cui è nato: dai dati statistici, emerge infatti la situazione drammatica di Paludi e degli altri centri del cosentino. E se a Paludi, prima terra di elezione del Festival, il tasso di emigrazione sulla popolazione residente è del 179,7%, altrove fatica ad assestarsi al di sotto del 100%: da San Martino di Finita (985 abitanti) a Carpanzano (226 abitanti) la popolazione non arriva ai mille abitanti. La provincia di Cosenza vive l’abbandono dei suoi borghi, che si stanno spegnendo molto velocemente, ed è in grado di fotografare un mondo avviato alla sparizione, custodito dagli anziani, dalle chiese e dalle case vuote. Che cosa intendiamo quando parliamo di ritornare? Dove, a chi o a cosa ritornare? È possibile imparare, praticare e tramandare l’arte del ritorno? E, nel caso degli emigranti, è possibile ri-tornare nel luogo della radice prima, nel luogo in cui con la mente e con il cuore (tenero) essi tornano tutti i giorni, proprio come i naviganti che a ogni tramonto volgono mente e disio alla casa, agli odori, agli amori lontani? E ancora, dopo un anno e mezzo di pandemia, è possibile ritornare alla normalità? E le aree interne, quelle dell’osso, possono ritornare a godere veramente della polpa antica? E se sì, come? Ritorni possibili, ritorni sognati, ritorni negati. Ritorni 2.0, ritorni a costo zero, ritorni impossibili. La speranza che si sta facendo largo in questi ultimi anni è che i discendenti degli italiani residenti all’estero possano compiere il sogno dei loro padri e quello di Dante: ritornare, sia pure per un tempo transitorio, nel luogo che ha visto nascere tutto. Una speranza che si innesta e alimenta altre speranze come quelle di ridare polpa ai borghi dell’osso che sono quelli maggiormente colpiti dall’emigrazione. Borghi che forse, oltre a essere possibili mete di ritorni alle origini, possono essere luoghi in cui poter ritornarea vivere, possono essere spazi di “resilienza”. Ciò sarà possibile, a patto che si inverta lo sguardo: solo uno “sguardo invertito” (Manifesto per riabitare l’Italia) è capace di portare la marginalità al centro, permette di cogliere il senso dei luoghi, di guardarli da vicino e contrapporre, come vorrebbe Morin, la localizzazione alla mondializzazione. Uno sguardo invertito che generi più localizzazione e che deve trovare accoglienza presso i politici, gli attori territoriali e le stesse comunità. Allora si potrà guardare da vicino le fragilità dei borghi interni, e non per fuggirle, ma per trasformarle in punti di forza, proprio come Perseo, che sconfisse lo sguardo pietrificante di Medusa con ciò che c’è di più fragile: le ali. 


Di questo e tanto altro si parlerà nell’incontro-dibattito “Per un possibile RITORNO ALL’OSSO dell’Italia” che si terrà a Paludi presso il Centro Polifunzionale alle ore 18.30.


Interverranno:Stefano Graziano, sindaco di Paludi
Luigi Lettieri, sindaco di Cropalati
Stefano Aieta, parroco di Paludi
Onofrio Sommario, presidente Ass. Assud
Sandra Leonardi, geografa (da remoto)
Laura Ferrara, europarlamentare Circoscrizione Italia del Sud
Gianluca Gallo, consigliere Regione Calabria
Luciana De Francesco, consigliere Regione Calabria
Giovanni De Vita, Direzione Generale per Italiani all’Estero, MAECI
Vito Teti, antropologo (da remoto)
Tommaso Greco, filosofo del diritto (da remoto)


L’incontro sarà moderato da Erminia Madeo, resp. Comunicazione, e vedrà la gestione dei lavori del direttore del Festival, Giuseppe Sommario.