Rettore dell’Università “Cattolica” di Milano dal 2002 al 2012 e ministro della Cultura dal 2011 al 2013, Ornaghi ha tenuto una lezione sulle “classi dirigenti e interesse nazionale” nell’ambito dell’XI edizione del Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto da Mario Caligiuri.

“Il tema delle classi dirigenti, collegato all’interesse nazionale, – ha affermato -risale all’Unità di Italia, ma rimane di grande attualità perché la globalizzazione richiede che gli Stati e le loro classi dirigenti perseguano l’interesse nazionale in un contesto in cui tutti sono concorrenti e dove gli alleati non sono sempre amici e spesso gli amici non sono alleati”.

 Ha quindi effettuato una precisazione linguistica su che cosa si intende per classe dirigente e per interesse nazionale. Ornaghi ha infatti specificato che “nella classe dirigente viene inclusa a volte la classe politica, mentre altre la classe dirigente è considerata distinta e in contrapposizione latente con la classe politica”. “La nozione di classe politica – ha proseguito – è stata introdotta da Gaetano Mosca sul finire dell’800. Con tale espressione si definisce una minoranza che esercita il potere alla quale la maggioranza si conforma. Questa minoranza gode di vantaggi leciti o meno leciti, morali o immorali come nel caso dei costi elevati della politica”. Ha quindi ribadito che in ogni epoca storica vi è sempre stata una minoranza che ha gestito il potere.

 Ornaghi si è quindi soffermato sulle figure di Vilfredo Pareto e di Roberto Michels. “Il primo – ha evidenziato – introduce il concetto di circolazione delle élite, studiando il meccanismo che permette di fare parte della élite. Michels invece si è concentrato sul partito socialdemocratico tedesco, arrivando a concludere che è sempre un’oligarchia a comandare”. Ornaghi ha poi ampliato l’orizzonte chiedendosi perché nel corso dei secoli hanno sempre comandato in pochi, ricordando anche Erodoto, Platone e Aristotele hanno cercato di fornire una risposta a tale quesito.

 Il docente ho poi sottolineato che la svolta della rivoluzione francese ha messo in luce l’uso crescente del meccanismo rappresentativo-elettivo, accelerando dei cambiamenti che erano già in atto. “Alla fine dell’800- ha spiegato – la pressione si è allargata per avere una cerchia di elettori sempre più ampia tanto che Gustav Le Bon ha studiato la psicologia delle folle, mettendo in rilievo il ruolo delle masse che rappresentano un elemento di turbamento dell’ordine costituito. Questa visione viene invertita da Christopher Lasch, alla fine degli anni Novanta, che partendo dalla ribellione delle masse definisce un’attuale alla ribellione delle élite.

Ornaghi ha successivamente rilevato come il tema della formazione delle classi dirigenti non sia sufficientemente dibattuto, evidenziando come la cooptazione rappresenti un argomento decisivo. “L’Italia – ha spiegato – soffre di una storica anomalia perché ha avuto una classe dirigente politica che ha avuto un rapporto ambiguo con la classe dirigente economica e sociale”. Da questo punto di vista la figura di Mattei, ricordata nell’ambito del convegno inaugurale di questa edizione del Master in intelligence dell’Università della Calabria, può essere vista come sia come un punto di incrocio che di differenziazione.

Ornaghi ha evidenziato che in Italia la classe politica e quella dirigente, che si configurano come spesso non coincidenti, hanno proceduto come se fossero su binari paralleli senza avere una  prospettiva comune, in quanto in Italia vi è la visione che la classe dirigente resta, mentre quella politica passa.  “Nell’ultimo quarantennio -ha ricordato – il ceto politico ha avuto una sostituzione molto rapida nei suoi rappresentanti”. Questo rientra in ciò che Moisés Naím definisce la trasformazione del potere dove attualmente il potere è più facile conquistarlo, ma è ancora più facile perderlo ed è ancora più difficile mantenerlo.

 Riprendendo la costruzione teorica dello storico inglese Arnold Joseph Toynbee, Ornaghi ha effettuato una distinzione tra minoranze dominanti e minoranze creative. Le prime si occupano del presente, senza curarsi del domani, mentre le seconde hanno una visione dell’interesse lontano “Solo queste ultime potrebbero fermare il declino dell’Occidente, ma dobbiamo comprendere cosa sta realmente cambiando tenendo conto delle persistenze della storia”.

 Ornaghi ha così definito il concetto di interesse nazionale: “È una formula relativamente recente, che risale alla fine del ‘700 e si precisa ideologicamente con l’affermarsi del concetto politico di nazione. L’interesse non mente perché se conosciamo l’interesse dell’altra persona siamo in grado di calcolarne o di valutarne le mosse future. Infatti, per Montesquieu l’interesse è il sovrano del mondo”.

 Il docente si è poi soffermato sull’interesse dello Stato e sulla Ragion di Stato, precisando che l’interesse dello Stato compare prima dell’interesse nazionale, in quanto lo Stato viene prima della Nazione, per cui l’interesse dell’intera collettività è guidato dalla Ragion di Stato. “Sono temi antichi – ha ricordato – di cui già Cicerone si è occupato, mentre nel Medioevo il concetto si perfeziona con San Tommaso che parla di bene comune e poi nell’Umanesimo con Machiavelli che definisce le qualità di chi debba comandare: volpe, cioè l’astuzia, e leone, la forza. Ma su tutto incombe la sorte. L’interesse nazionale, in quanto si limita a una sola nazione, è più ridotto rispetto al bene comune che è di tutti e per tutti. Nel ’900, l’interesse nazionale diventa un’espressione da respingere in contrapposizione agli eccessi del nazionalismo che hanno determinato le vicende della Prima e della Seconda guerra mondiale”.

 Ornaghi ha concluso dicendo che l’emergenza economica del 2008 e quella pandemica del 2020 sono alla base della ripresa della funzione dello Stato, sostenendo che “occorre sviluppare la capacità di guardare lontano, per cui bisogna ricordare la storia recente che determina la nostra visione della contemporaneità. In un periodo in cui si pone poca attenzione, alla comunicazione reale occorre tenere conto della “struttura sepolta delle parole”, per cui disseppellirla è essenziale per capire il mondo. Per ricostruire la realtà occorre infatti ripartire dalle parole”.