Negli ultimi anni, seppur operanti ma ridimensionate da una riforma incompiuta che le ha rese inefficienti, le Province sono state marginali nel dibattito politico.Com’è noto, la bocciatura del referendum costituzionale 2016 firmato governo Renzi, avvenuta a seguito dell’approvazione della riforma Delrio, lasciò incompleta la riorganizzazione delle Province. Tutto ciò, unitamente ai tagli lineari e ai trasferimenti di risorse alle stesse, ha causato serie difficoltà nella gestione di cruciali settori per la vita pubblica, rimasti di competenza dell’ente: manutenzione delle strade,trasporti,ambiente, edilizia scolastica e soprattutto ai conflitti di attribuzione con la Regione riguardo le singole competenze.

Dunque, una riforma monca che non ha comparto nessun giovamento né sulle casse dello Stato, non riuscendo a risparmiare una quantità significativa di risorse, né in termini di governance, come era stato promesso da molti partiti di destra e di sinistra, in nome di una campagna mediatica contro gli “sprechi” della politica.

Seppur nel tempo i finanziamenti alle Province sono stati, in parte, ripristinati e ai Presidenti è stata riconosciuta un’indennità equiparabile al Comune capoluogo di Provincia, le conseguenze di quella scelerata riforma sono tangibili. L’assenza di un ente intermedio tra i Comuni e la Regione che svolgesse una funzione di coordinamento ha compromesso la pianificazione degli investimenti territoriali, in quanto gli uffici preposti alla valutazione dei piani provinciali sono stati smembrati, unitamente all’autorevolezza del potere di decisione politica. A farne le spese maggiormente, sono stati i territori più vasti come quello cosentino. Diviene, allora, evidente come questi limiti di programmazione rischiano concretamente di incidere in modo negativo sugli obiettivi legati alla gestione delle risorse del PNRR.

Condivido, dunque, in larga parte, la presa di posizione dell’UPI (Unione Province Italiane), ritenendo un buon punto di partenza l’apertura di un confronto in Parlamento sulle proposte di revisione della Legge 56/14, perché (meglio tardi che mai) è fondamentale che le Province tornino a svolgere le precedenti funzioni, erogando servizi per i territori e per i cittadini.

Quella del PNRR è un’occasione unica ed irripetibile e le Province devono tornare ad essere il motore del cambiamento per la ripresa del Paese, attraverso il ripristino degli assetti organici e funzionali che la Costituzione, all’art.114, le assegna. A cominciare dal ritorno all’elezione diretta dei suoi rappresentanti.

Pur rendendomi conto che in un Parlamento nel quale la demagogia grillina ha ancora un peso numerico specifico, non sarà un percorso semplice e di immediato impatto. Tuttavia nel Paese si avverte un bisogno del ritorno della Politica, quella dei contenuti e non degli slogan. Il tempo dei populismi è finito, è tempo di affrontare i problemi alla radice. Promuovere il ritorno all’elezione diretta dei consigli provinciali, deve rappresentare l’obiettivo di un popolo che si riappropria del messaggio dei propri padri costituenti: riaffermare l’importanza dello Stato delle Autonomie, per la formazione di nuove classi dirigenti attraverso crescenti responsabilità. D’altronde, è dalle responsabilità e dai momenti difficili che si forgiano politici adeguati e non improvvisati rispetto al proprio ruolo.

Queste sono battaglie per le quali Italia del Meridione è in trincea da anni ormai, unitamente al tema delle Macroregioni e della valorizzazione delle vocazioni territoriali. Abbiamo preso consapevolezza che dopo circa 50 anni di regionalismo, le Regioni del nostro Paese, a differenza dell’iniziale idea del costituente di rendere quest’ultime degli enti di programmazione e controllo, sono divenute enti di gestione di veri e propri carrozzoni caratterizzati da sprechi e immobilismo che aumentano il divario in un Paese che purtroppo viaggia a velocità diverse da nord a sud. La nostra proposta regionalista, per la quale abbiamo istituito anche una raccolta firme, è quella di istituire tre grandi regioni della penisola, più le due isole. Sarebbe questa la vera attuazione dell’art. 117 della Costituzione che, tra le altre cose, prevede espressamente la fusione delle Regioni. Dunque, rafforzare gli enti più prossimi al cittadino e capaci di organizzare efficientemente ed efficacemente spesa e servizi, attraverso classi dirigenti illuminate e pronte alla sfida. L’IdM continuerà, in tal senso, ad essere cassa di risonanza di un’espressione territoriale autentica.