La scoperta all’Istituto Pascale in collaborazione con l’Università Federico II

Incognita varianti per i test antigenici rapidi che servono a rilevare la positività al virus SarsCov2. Per ora sembrerebbero funzionare, ma è necessario monitorare perchè le mutazioni del virus potrebbero comunque comprometterne l’efficacia.

L’allerta è contenuta in una nuova circolare del ministero della Salute e arriva proprio quando negli Stati Uniti si affacciano sette nuove possibili varianti fino ad ora sconosciute ed a Napoli, per la prima volta in Italia, è stata individuata un’altra mutazione molto rara. L’Istituto Pascale e l’Università Federico II di Napoli hanno infatti isolato un’altra variante di Covid-19, mai individuata prima in Italia.

Di questa variante, rende noto la Regione Campania, al momento non si conoscono il potere di infezione, né altre sue caratteristiche come accade per molte varianti rare del virus. Si chiama B.1.525, e finora ne sono stati individuati soltanto 32 casi in Gran Bretagna, e pochi casi anche in Nigeria, Danimarca e Stati Uniti. Mai finora in Italia. In Usa invece ricercatori stanno indagando la possibilità che vi siano fino a sette nuove varianti originate appunto negli Stati Uniti e che presentano un maggiore livello di contagiosità. Ne scrive il New York Times citando uno studio in cui si fa riferimento a sette crescenti derivazioni del coronavirus individuate in diversi Stati.

In comune hanno tutte la mutazione in una specifica area genetica. Le più diffuse, comunque, sono, ad oggi, le cosiddette varianti Uk, brasiliana e sudafricana. Tali varianti, “che presentano diverse mutazioni nella proteina spike – sottolinea la circolare ministeriale ‘Aggiornamento sull’uso dei test antigenici e molecolari per la rilevazione di SARS-CoV-2’ – non dovrebbero in teoria causare problemi ai test antigenici, in quanto questi rilevano la proteina N”.

Tuttavia, avverte il ministero, “è da tenere presente che anche per la proteina N stanno emergendo mutazioni che devono essere attentamente monitorate per valutare la possibile influenza sui test antigenici che la usino come bersaglio”. Dalla circolare arriva pure un’ulteriore indicazione: “Pur considerando l’elevata specificità dei test antigenici, i campioni positivi a tali test in contesti a bassa prevalenza necessitano di conferma con un test molecolare o, in caso di mancata disponibilità di molecolari, con un test antigenico differente, per eliminare la possibilità di risultati falsi positivi”. Inoltre, data la sensibilità analitica “non ottimale di diversi test antigenici attualmente disponibili, è consigliabile – si legge nella – confermare la negatività di test antigenici eseguiti su pazienti sintomatici o con link epidemiologico con casi confermati di Covid-19”.

Questa necessità è rafforzata appunto dalla possibile circolazione di varianti virali con mutazioni a carico della proteina N, che è il principale antigene target utilizzato in questo tipo di test. In caso di mancata disponibilità di test molecolari o in condizioni d’urgenza, per la conferma si può ricorrere a test antigenici diversi quali i test antigenici non rapidi (di laboratorio), test antigenici rapidi con lettura in fluorescenza e quelli basati su microfluidica con lettura in fluorescenza, che rispondano alle caratteristiche di sensibilità e specificità minime indicate. A causa della diffusione delle nuove varianti, “Istituto superiore di sanità e ministero della Salute stanno rafforzando la sorveglianza sia microbiologica che epidemiologica”, ha commentato il direttore della prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, in un intervento video. Rezza ha anche riferito che Iss e ministero “producono studi di prevalenza ripetuti che dicono qual è la distribuzione delle varianti sul territorio nazionale”. Queste mutazioni della proteina N, ha chiarito, “sono per ora un fenomeno piuttosto raro per cui i test antigenici mantengono la loro grande utilità. In casi specifici è giusto poi il ricorso per la conferma ai test molecolari”. Tre sono appunto, ha ribadito, “le varianti virali più note: quella inglese, molto trasmissibile, è la più diffusa sul territorio nazionale ma per fortuna non diminuisce l’efficacia dei vaccini. Per quanto riguarda la variante brasiliana e quella sudafricana – ha concluso – hanno invece una distribuzione attualmente molto limitata nel territorio nazionale”.