Ogni guerra si combatte per il potere, il dominio e il controllo di persone e risorse, siano esse materiali o immateriali. Quella normativa, spiega Solange Manfredi, è una guerra che usa la legge come arma per scopi illegittimi, modula comportamenti psicologici, fa uso arbitrario del diritto e utilizza, spesso, i tribunali come campi di battaglia. La guerra normativa da sempre accompagna la storia dell’umanità, si combatte nei periodi c.d. di crisi, ossia nei periodi di profondi mutamenti della realtà socioeconomica. Ad ogni globalizzazione, c’è un periodo transitorio in cui gli attori economici e politici competono per il dominio sul pensiero giuridico, straordinario strumento di potere. Dunque, il potere da sempre mira ad impossessarsene, per plasmarlo secondo il suo volere, per progettare e realizzare la propria utopia. Manfredi introduce questi primi concetti sviluppando un’analogia tra la guerra normativa del quattordicesimo secolo con quella del ventunesimo illustrando come, tanto allora quanto oggi, i cardini fondamentali siano quattro.

La prima è l’influenza culturale che, attraverso le armi della guerra psicologica, deve “preparare” il territorio al nuovo ordine che si vuole imporre.   Non si tratta solo di meccanismi di propaganda, affermare ciò sarebbe inesatto e limitante. Si tratta di agire più profondamente sul singolo e sulla comunità, modificando cultura e valori e portando ad una cognizione fondamentalmente diversa della natura e dello scopo del diritto e del modo di governare le nostre società. L’obiettivo è convincere la popolazione della legittimità morale, intellettuale e giuridica dell’ordine che si vuole imporre. La strategia psicologica di legittimazione morale si avvale dei miti, ossia credenze che poggiano su posizioni aprioristiche e non evidenze empiriche.

La seconda strategia attiene al controllo della produzione normativa che si avvale di persone dall’incondizionata fedeltà al potere e che, insediatesi nelle istituzioni, producono materialmente le leggi secondo precisi interessi di cui sono portatori. Ne “Il codice delle leggi” di Katharina Pistor si afferma come la produzione di norme avvenga, oggi, per opera di studi internazionali che diffondono una personale concezione del diritto, un diritto costellato di privilegi che permettono al capitale di fare enormi profitti. “La trasformazione del potere oggi” – sostiene Manfredi- “traduce le aspettative economiche in leggi, in diritto. Ne è un esempio il Washington Consensus, un progetto che prevedeva pacchetti di aggiustamento strutturale volti a riformare, e trasformare, l’economia affermatosi negli Stati Uniti d’America e in Gran Bretagna dal 1989. Sulla base di questo ideale, se un paese avesse desiderato entrare nell’ordine giuridico ed economico internazionale, avrebbe dovuto accettare il Washington Consensus, diffuso sotto forma di programmi di riforma e prestiti condizionali. All’interno di questi pacchetti di riforma, in cui erano contenuti impegni a favore di una nozione formalista dello Stato di diritto, vi erano due punti fondamentali: 1. la tutela dei diritti di proprietà, che aveva il compito di limitare l’intervento statale fornendo al contempo un “quadro istituzionale fondamentale per il funzionamento delle economie di mercato”; e l’esecuzione contrattuale, che aveva il compito di facilitare le transazioni e fornire certezza agli investitori.   Questa attenzione alla creazione di un ambiente favorevole agli investitori ha spostato l’interesse dal diritto pubblico al diritto privato, con poca attenzione alla funzione normativa del diritto, o alla sua posizione di protettore dei vulnerabili. Si assiste, come chiarisce Francesca Mia Farrington, alla rinascita del formalismo e del liberalismo economico, che passa sotto il nome di neoliberismo. Durante questo periodo lo stato sociale viene smantellato a favore della privatizzazione e di un intervento statale limitato, e si torna a una nozione formalistica di ragionamento giuridico e dello stato di diritto. Ciò ha favorito rendite monopolistiche e rapporti clientelari di politici tecnici ed imprenditori che, nel tempo, ha portato a delle distorsioni, al declino dell’etica pubblica e all’aumento inevitabile delle disuguaglianze. Non è un caso che il motto della rivoluzione francese “liberté egalité e fraternité” venga riformulato verso la fine in alcuni casi in “liberté, egalité, surveillance”. Questi nuovi poteri sono stati legittimati dai governi, infatti, come indicato nello studio di Maria Grazia Ferrarese, “la poderosa trasformazione economica a cui abbiamo assistito non si sarebbe potuta compiere senza una qualche copertura istituzionale, ossia senza che fossero varate almeno alcune misure giuridiche atte a fornirle gli strumenti adeguati, oltre a misure di protezione e legittimità giuridica”, basti pensare al Financial Service Modernation Act, firmato da Clinton nel 1998, che ha annullato il Glass Steagall Act del 1933 che impediva le speculazioni e le concentrazioni finanziarie.

La terza strategia riguarda il controllo delle professioni strategiche, e consiste nell’attaccare e limitare l’azione di avvocati e magistrati che, con la loro opposizione agli ab-usi del diritto, possono ostacolare chi, avendo in mano il potere legislativo, non vuole inciampi nel costruire la sua utopia. Tre gli strumenti principali: 1. propaganda; 2. attacco sotto l’aspetto economico; 3.   ed introduzione di mediazioni, arbitrati e compromessi obbligatori.   E, se da un lato è vero che il potere attacca le professioni strategiche (avvocati e magistrati) è anche vero che “nessuna professione si può distruggere se prima non si è distrutta da sola”. Ecco perché, oggi più che mai, è importante che magistrati ed avvocati si attivino per essere protagonisti, e non vittime, del necessario cambiamento che la società richiede loro. La deontologia dell’avvocato ha un aspetto strettamente privatistico, per questo – sostiene Manfredi – dovrebbe essere ampliata, come già proposto dal Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa (CCBE) nel 1988 e, purtroppo, non accolto. Anche i magistrati dovrebbero essere protagonisti della riforma che da tempo viene richiesta, ma mai realizzata. Ed oggi questo è più che mai urgente perché, con la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico, il rischio concreto è che il diritto si riduca a legge in mano al potere. E la storia insegna che, quando ciò accade, la società è in pericolo.

L’ultima strategia della guerra normativa è, infine, il controllo del sapere e della formazione, partendo dalle Università: “E’ una di quelle battaglie che vengono vinte nel tempio, prima ancora di essere combattute nel campo” dice Manfredi, citando Ted Soresen. Richiamando l’esperienza dei MOOC e dell’Unipegaso recentemente acquistata da un fondo straniero della CVC, Manfredi ha dichiarato che “le università stanno assumendo una funzione economica sempre più importante, basti ricordare che i primi finanziatori delle campagne di Obama furono le strutture universitarie, e quindi l’influenza culturale del modello americano è quello che sta prevalendo, come si evince anche da diffuse trasmissioni televisive di legal drama, Anche le lobbies, infine, sono gruppi di influenza normativa. Nel testo “Le lobbies, queste conosciute” di Caligiuri, si apprende come le lobbies esercitino una pressione dal punto di vista della comunicazione istituzionale la cui prima forma sono proprio le leggi.   Manfredi sostiene, quindi, che più i politici sono incompetenti più saranno preda delle lobbies. Una formazione inadeguata di avvocati, magistrati, operatori della giustizia, unitamente ad una produzione legislativa confusionaria, alle influenze delle lobbies genera inevitabilmente incertezza e disagio sociale. È importante quindi per Manfredi che vi siano apposite strutture di intelligence giuridica per la prevenzione dei rischi e della guerra normativa, nonché per mantenere il potere reale degli Stati.